Quando un bambino impara il corsivo, non impara soltanto la forma delle lettere. Impara una sequenza di movimenti: da dove partire, in quale direzione andare, quando cambiare traiettoria e come collegare una lettera alla successiva. Per questo ha bisogno di un modello di corsivo chiaro e coerente, che gli permetta di ritrovare gli stessi gesti ogni volta che scrive.
Scrivere a mano mette insieme la vista, il movimento e la percezione della posizione della mano. Mentre traccia una lettera, il bambino ne vede la forma e sente il movimento che serve a costruirla. Karin James e Laura Engelhardt, dell’Indiana University, hanno osservato alcuni bambini di 4-5 anni che imparavano delle lettere in tre modi diversi: scrivendole a mano, digitandole o ricalcandole. In seguito, quando guardavano quelle lettere, i bambini che le avevano scritte a mano mostravano un’attività cerebrale diversa dagli altri. Lo studio riguardava lo stampato, non il corsivo, ma aiuta a capire quanto conti il gesto nell’apprendimento della scrittura.
Che cosa aggiunge, allora, il modello di corsivo? Offre al bambino un percorso per imparare quel gesto. Le lettere si possono presentare in gruppi che condividono movimenti simili. L’insegnante mostra come si forma ciascuna lettera e il bambino ripete il movimento, prima in spazi ampi e poi sul quaderno. Così la lettera diventa qualcosa che il bambino sa costruire, e non solo riconoscere.
C’è poi una differenza importante tra stampatello e corsivo. Lo stampatello richiede continue interruzioni: la penna si ferma, si stacca dal foglio e riparte per ogni tratto e per ogni lettera. Il corsivo, invece, è un movimento fluido e continuo, che segue con maggiore naturalezza il ritmo motorio del bambino e il suo modo di organizzarsi nello spazio e nel tempo. Quando questo movimento diventa automatico, il bambino non deve più concentrarsi su come formare ogni lettera. Può così dedicare più energie a ciò che vuole scrivere e allo sviluppo del proprio pensiero.
Uno studio italiano ha coinvolto 141 alunni di prima primaria. Lo hanno condotto Cristina Semeraro, Gabrielle Coppola e Rosalinda Cassibba, dell’Università di Bari, insieme a Daniela Lucangeli, dell’Università di Padova. In alcune classi il corsivo è stato insegnato mostrando in modo esplicito i movimenti necessari a formare le lettere. Alla fine dell’anno e nella verifica successiva, questi bambini hanno ottenuto nel complesso risultati migliori in lettura e scrittura rispetto al gruppo di confronto. È un dato utile per la didattica. Lo studio però non misurava lo sviluppo del cervello e non dimostra che un modello grafico sia migliore di tutti gli altri.
Eva Ose Askvik, Ruud van der Weel e Audrey van der Meer, della Norwegian University of Science and Technology di Trondheim, hanno registrato l’attività elettrica del cervello di un piccolo gruppo di adulti e di ragazzi di dodici anni. I partecipanti scrivevano in corsivo oppure usavano la tastiera. I ricercatori hanno trovato differenze tra le due attività, che nei ragazzi erano però meno marcate. È un invito a continuare a studiare il legame tra gesto grafico e apprendimento. Non è una prova che il corsivo, da solo, migliori la memoria o l’intelligenza.
Nel mio lavoro di educatrice del gesto grafico considero il modello di corsivo una guida per insegnare il movimento. Deve essere semplice da mostrare, coerente nella direzione dei tratti e adatto a un apprendimento graduale. Osservo come il bambino muove il corpo e la mano, non solo il risultato sul foglio. Se un passaggio lo affatica, lo aiuto a capirlo e a esercitarlo senza fretta.
Il modello non serve a ottenere scritture tutte uguali. È una base da cui ogni bambino può sviluppare una scrittura personale, leggibile e funzionale. Insegnare il corsivo significa anche questo: dare valore all’esperienza di formare le lettere con la propria mano e accompagnare il bambino, poco alla volta, a trasformare un movimento nuovo in un gesto familiare.
Rossella Bassano
Grafologa forense, educatrice del gesto grafico e grafo-terapeuta