Rossella Bassano
  • HOME
  • CHI SONO
  • SERVIZI
  • BLOG
  • CONTATTI
  • Home
  • -
  • Uncategorized
  • -
  • Quando la mano fatica a scrivere?

Quando la mano fatica a scrivere?

  • Pubblicato da: wp_1733008
  • 19 Agosto 2026
  • Uncategorized

C’è un momento, nel mio lavoro con i bambini, in cui mi capita di osservare un foglio di quaderno e di percepire, prima ancora di analizzarlo riga per riga, una sorta di fatica trattenuta. Non è la grafia di un bambino distratto o svogliato, come spesso si pensa a scuola o in famiglia: è la grafia di un bambino che sta lottando, con tutte le energie che ha, contro un gesto che non gli riesce naturale. Mi sono formata come educatore del gesto grafico proprio per imparare a distinguere queste due situazioni, così diverse tra loro eppure così facilmente confuse da chi osserva un quaderno senza gli strumenti giusti.

La disgrafia non riguarda quello che il bambino pensa o vuole scrivere, riguarda il modo in cui il pensiero si traduce in un movimento della mano. È una distinzione che sembra sottile ma che in realtà cambia tutto, perché sposta l’attenzione da un giudizio sulla persona a un’osservazione sul gesto. Su questo punto la ricerca francese ha lasciato un’eredità che ancora oggi guida chi si occupa di educazione grafica: Julian de Ajuriaguerra, insieme a Hélène de Gobineau, dedicò anni allo studio sistematico della scrittura infantile, arrivando a costruire, su un campione di centinaia di bambini, delle scale di valutazione capaci di distinguere con precisione una scrittura semplicemente immatura da una scrittura realmente disgrafica. Il loro lavoro, raccolto nel volume L’écriture de l’enfant, resta un riferimento imprescindibile per chi, come me, si occupa di età evolutiva con un approccio di scuola francese.

Quello che mi ha sempre colpito di questo impianto teorico è l’attenzione che riserva sia alla forma che al movimento della scrittura, come se fossero due voci di uno stesso racconto. La forma ci dice come appare il segno sul foglio, la sua regolarità, la sua leggibilità; il movimento ci racconta invece come quel segno è stato prodotto, con quale tensione, quale ritmo, quale fatica muscolare. Un bambino può avere una scrittura tesa, quasi scolpita nel foglio a forza di pressione eccessiva, oppure una scrittura molle, che sembra sciogliersi senza controllo, o ancora una scrittura impulsiva, dove il gesto sfugge continuamente al controllo motorio. Sono tre fisionomie diverse, che raccontano difficoltà diverse, e che per questo richiedono percorsi di recupero pensati su misura, mai standardizzati.Nella mia esperienza, il segnale più eloquente non è mai un singolo dettaglio isolato sul foglio, ma la relazione tra ciò che vedo scritto e ciò che osservo mentre il bambino scrive davanti a me. L’impugnatura contratta, la postura irrigidita, il respiro trattenuto nei momenti di maggiore sforzo grafico: sono informazioni che un quaderno da solo non può darmi, ed è per questo che nel mio lavoro l’osservazione diretta del gesto resta insostituibile, per quanto la tecnologia e i test standardizzati abbiano affinato gli strumenti a nostra disposizione. C’è poi un aspetto che mi sta particolarmente a cuore, e che va oltre la tecnica: la ricaduta emotiva che questa fatica silenziosa produce nel bambino. Chi fatica a scrivere spesso interiorizza un giudizio negativo su di sé molto prima che un adulto se ne accorga, perché la scrittura a scuola è quotidiana, pubblica, costantemente sotto lo sguardo altrui. Un bambino che si vede costantemente corretto, senza capire il vero motivo della sua difficoltà, tende a costruire un’immagine di sé fragile rispetto all’apprendimento in generale, non solo rispetto alla scrittura. Per questo considero l’intervento educativo non come una semplice correzione tecnica del gesto, ma come un lavoro che coinvolge insieme la mano, la postura e l’autostima, in un equilibrio che va costruito con pazienza e senza fretta.

Quando i genitori mi chiedono come distinguere una fase passeggera da una difficoltà più strutturata, rispondo sempre nello stesso modo: contano la persistenza nel tempo e la coerenza tra più segnali insieme, mai un dettaglio isolato osservato in un giorno particolare. E soprattutto, conta il modo in cui l’adulto sceglie di guardare quel foglio: se lo guarda cercando un errore da correggere, oppure se lo guarda cercando di capire il bambino che lo ha scritto. Considerare i tempi di apprendimento di ogni bambino è di fondamentale importanza, non affrettarsi a ricercare una apparente difficoltà traducendola frettolosamente in un disturbo vero e proprio. 

Condividi:

post precedende post successivo

Potrebbe interessarti

La personalità in chiave di lettura grafologica.

19 Agosto 2026

Cerca

Post recenti

  • Grafologia e falsi giudiziari.
  • Quando la mano fatica a scrivere?
  • La personalità in chiave di lettura grafologica.
  • Osservazione gestoscrittorio a partire dalla scuola dell’infanzia
  • La rieducazione della scrittura

Archivio

  • Agosto 2026
  • Febbraio 2024
  • Maggio 2023
  • Marzo 2023
  • Gennaio 2023

Categorie

  • Grafologia generale
  • Grafologia peritale
  • Gragologia età evolutiva
  • Gragologia familiare
  • Gragologia professionale
  • Uncategorized
Copyright © 2026 Rossella Bassano. Tutti i Diritti Riservati.