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La personalità in chiave di lettura grafologica.

  • Pubblicato da: Rossella Bassano
  • 19 Agosto 2026
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Mi capita spesso, la richiesta di stilare il profilo di personalità e durante una prima consulenza, di dover spiegare a chi ho davanti che non sto per fare un gioco di società né per formulare una previsione sulla sua vita. La grafologia, quella seria, quella che si studia per anni prima di poterla esercitare, nasce da un principio molto più semplice e allo stesso tempo molto più esigente, quando scriviamo a mano, la nostra attenzione è concentrata sul contenuto e non sulla modalità di tracciare le lettere. È in quello spazio di distrazione involontaria che il gesto grafico lascia trapelare qualcosa di autentico che sfugge al controllo cosciente.
Mi sono formata sulla scuola francese di grafologia, quella che affonda le sue radici nell’opera dell’abate Jean-Hippolyte Michon, il primo a utilizzare il termine “grafologia” e a fondare, nella Francia dell’Ottocento, la Société de Graphologie insieme alla rivista che ancora oggi porta lo stesso nome della disciplina. Fu però il suo allievo, Jules Crépieux-Jamin, a trasformare quelle prime intuizioni in un metodo sistematico e verificabile, capace di reggere il confronto anche in contesti giudiziari. La sua perizia calligrafica ebbe un ruolo determinante nel celebre caso Dreyfus, uno dei procedimenti giudiziari più discussi della Francia di fine Ottocento, dove l’analisi della scrittura contribuì a rimettere in discussione un’accusa costruita su prove documentali fragili. È un episodio a cui penso spesso, perché racconta bene quanto la grafologia possa incidere su questioni reali e non restare confinata a un esercizio salottiero.
Crépieux-Jamin superò l’impostazione del suo maestro, che tendeva a legare ogni singolo segno grafico a un tratto caratteriale preciso, come se esistesse un vocabolario fisso da consultare lettera per lettera. Al suo posto propose una lettura d’insieme, quella che oggi chiamiamo approccio gestaltico: nessun elemento della scrittura, per lui, ha significato se isolato dal contesto generale del gesto grafico. Organizzò così l’intera materia in sette “generi,” tra cui: la velocità, la pressione, la direzione, la dimensione, inclinazione, la forma, il tratto. Questi “generi” raccolgono centinaia di specie grafiche diverse, sempre lette in relazione tra loro. È un impianto che, a distanza di oltre un secolo, continua a strutturare il modo in cui osservo una scrittura oggi.
Quando mi trovo davanti a un foglio scritto a mano, la prima cosa che cerco non è un singolo dettaglio isolato, ma un’impressione generale di coerenza o di tensione, quella che la scuola francese chiamava armonia grafica: un equilibrio tra le diverse componenti del gesto che racconta, prima ancora di ogni interpretazione analitica, il grado di integrazione tra le diverse parti della personalità. Solo dopo, con calma, scendo nel dettaglio: la pressione del tratto, che parla dell’energia vitale investita nel gesto; la dimensione delle lettere, che racconta il bisogno di spazio e di visibilità di chi scrive; l’inclinazione, che rivela la disposizione più o meno aperta verso gli altri; il ritmo, che restituisce la spontaneità o, al contrario, il controllo con cui una persona si muove nella vita. Il movimento della scrittura e il suo incedere verso la destra, nel rapporto con la forma.
C’è una domanda che mi viene rivolta quasi sempre e alla quale rispondo sempre con la stessa onestà: no, non basta guardare una firma o poche parole per dire qualcosa di attendibile su una persona. Serve un campione di scrittura spontaneo, sufficientemente ampio, prodotto in condizioni naturali, perché solo così il gesto grafico può mostrarsi nella sua forma più autentica, libera dal controllo che inevitabilmente si attiva quando sappiamo di essere osservati. Ed è proprio questa richiesta di metodo a distinguere il lavoro di un grafologo formato da un semplice esercizio di osservazione superficiale. Fondamentale è conoscere l’età dello scrivente, la professione e gli studi conseguiti oltre alla sua situazione di salute generale. Questi dati aiutano il grafologo a collocare il gesto grafico nella storia concreta della persona e, soprattutto a evitare interpretazioni affrettate. L’età ci consente di capire il grado o meno di evoluzione della scrittura, mentre il titolo di studio permette di comprendere il percorso di apprendimento e il rapporto che la persona ha avuto con la scrittura. Chi ha scritto a mano per molti anni ha una scrittura agile, veloce, semplificata. Una persona con una scolarizzazione più breve può avere mantenuto maggiormente le forme scolastiche apprese a scuola. Anche la conoscenza di eventuali patologie è fondamentale per una corretta lettura della scrittura. Malattie neurologiche, disturbi articolari, problemi alla vista, tremori, condizioni di dolore inficiano il gesto grafico. Tutti questi dati non determinano il profilo della persona e non possono sostituire l’esame grafologico. Rappresentano elementi di contesto, utili per interpretare il gesto con maggiore consapevolezza.
Ogni volta che analizzo una scrittura penso a quella distrazione involontaria di cui parlavo all’inizio, a quella parte di noi che si rivela proprio mentre siamo concentrati altrove. La nostra scrittura è uno specchio autentico della nostra personalità che ci restituisce fedelmente il nostro valore.

Se ti incuriosisce l’analisi grafologica di personalità, contattami per maggiori informazioni alla mail: rossellabassano.1966@gmail.com.

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