Quando un bambino entra alla primaria, diamo quasi per scontato che sia pronto a prendere in mano la matita e imparare le lettere. Eppure la scrittura comincia molto prima del foglio. Si costruisce giocando, muovendosi, facendo le piccole cose di tutti i giorni.
Conoscere le lettere, da solo, non basta. Per scrivere servono la motricità, sia quella generale sia quella fine delle mani, una buona percezione e la coordinazione tra occhio e mano. Servono l’orientamento nello spazio e nel tempo, l’attenzione e la capacità di organizzare un gesto e di controllarlo. Conta che la lateralità si sia definita, cioè che il bambino abbia trovato la sua mano, il suo occhio e il suo piede preferiti. E conta lo sviluppo cognitivo, perché per mettere qualcosa sul foglio bisogna prima capirlo, ricordarlo e organizzarlo.
C’è poi l’aspetto emotivo, per cui un bambino che si sente capace e sa di poter sbagliare affronta la scrittura con molta più tranquillità.
Queste abilità non maturano tutte insieme, e ogni bambino ha i suoi tempi. Per questo vale la pena guardare già alla scuola dell’infanzia come si muove, come usa le mani, come disegna.
Le piccole autonomie
Preparare lo zaino, vestirsi da solo, provare ad allacciarsi le scarpe. Per noi sono cose da niente; per lui sono un allenamento continuo. Mentre le fa, esercita le dita, impara a mettere in fila i passaggi, si organizza e diventa un po’ più indipendente.
Aiutarlo vuol dire lasciargli il tempo di provare, anche quando faremmo prima noi. Ogni tentativo, anche maldestro, prepara la mano alla scrittura.
La mano che sceglie da sola
Sulla lateralità mi preme fare una raccomandazione: osserviamo quale mano il bambino usa spontaneamente, e lasciamolo fare. Se usa la sinistra, o se non ha ancora una preferenza chiara, non va spinto verso la destra. Correggerlo o imporgli un modo di muoversi che non è il suo crea solo confusione. Rispettare i suoi tempi lo aiuta invece a organizzare il proprio corpo e a muoversi con più sicurezza.
Come sta seduto, come tiene la matita
Quando comincia a scrivere, guardo anche la postura. I piedi devono poggiare bene, il busto essere sostenuto, il foglio messo in una posizione comoda. Se il corpo è stabile, la mano è più libera e si stanca meno.
Per l’impugnatura, la presa a tre dita aiuta a controllare il tratto, ma non ne farei un dogma. L’importante è che la presa funzioni, che non crei tensioni e che permetta di scrivere in modo fluido.
Il movimento delle lettere
Nel mio lavoro di educatrice del gesto grafico guardo il corpo insieme alla mano, e più che il risultato mi interessa come il bambino ci arriva.
In questi anni, tra le classi e i laboratori, ho notato che molte difficoltà nascono da un’abitudine precisa: i bambini imparano la scrittura copiando un modello. Guardano la lettera e cercano di riprodurla il più somigliante possibile, ma nessuno spiega loro da dove partire, in che verso girare, come passare da una lettera all’altra. Così la forma magari viene bene, ma il gesto resta incerto, spezzato, faticoso. E quando arriva il corsivo, dove le lettere devono legarsi tra loro, i problemi vengono a galla.
Per questo dedico molto tempo alla direzione del tratto e ai collegamenti. Chi impara il movimento che forma una lettera, invece di copiarne il disegno, scrive con più sicurezza e scioltezza. Scrivere è un gesto che ha una direzione, un ritmo e una continuità.
Ognuno con il suo passo
C’è chi impara in fretta e chi ha bisogno di più tempo, e va bene così. Pretendere che tutti arrivino allo stesso punto nello stesso momento significa mettere in difficoltà proprio i bambini che avrebbero solo bisogno di qualche settimana in più.
Credo anche che la scrittura dovrebbe arrivare come un gioco. Quando un bambino sente addosso le aspettative degli adulti, la paura di sbagliare o il confronto con i compagni, si irrigidisce, e la tensione finisce dritta nella mano. Nei laboratori lo vedo spesso: appena l’attività diventa un gioco, il tratto si scioglie e anche i più timorosi ci riprovano volentieri.
Quando fermarsi a guardare
Ci sono segnali che meritano attenzione: un bambino che si stanca subito o fa sempre fatica, che stringe la matita con forza o preme molto sul foglio, che fatica a stare seduto in modo stabile. Oppure che sbaglia spesso la direzione dei tratti, scrive in modo molto lento o a scatti, o si mostra a disagio ogni volta che deve disegnare o scrivere.
Una difficoltà grafomotoria non vuol dire per forza disgrafia. Accorgersene presto, però, permette a famiglia e scuola di intervenire in tempo e, se serve, di chiedere il parere di uno specialista.
Prevenire
Per me prevenire vuol dire mettere il bambino nelle condizioni migliori per imparare: lasciarlo giocare e sperimentare, osservarlo senza giudicarlo, aiutarlo quando ne ha davvero bisogno. Prepararlo alla scrittura non significa anticipare la scuola, ma dargli basi solide attraverso il corpo e il gioco.
Se il percorso è stato rispettato, scrivere diventerà per lui una cosa naturale.
Rossella Bassano
Grafologa forense, educatrice del gesto grafico e grafoterapeuta