Ci sono richieste che arrivano nel mio studio con un tono diverso da tutte le altre, più teso, spesso carico di un dubbio che ha già causato notti insonni: una firma su un testamento che non convince, un contratto contestato, un documento che qualcuno sostiene di non aver mai firmato. In questi casi il mio lavoro cambia natura. Non sto più cercando di capire chi è la persona che scrive, come accade nell’analisi della personalità, ma sto cercando di stabilire, con un metodo verificabile e deducibile, se quella scrittura appartiene davvero a chi si dice ne sia l’autore.
Questo ambito della grafologia, quello peritale, è disciplinato in Italia dalla legge n. 4 del 2013, che riconosce la professione di grafologo peritale tra quelle non organizzate in ordini o collegi ma comunque regolamentate. Ma le radici teoriche di questo lavoro affondano molto più indietro nel tempo, e ancora una volta nella scuola francese a cui mi sono formata. Fu Edmond Solange Pellat, agli inizi del Novecento, a codificare quella che lui stesso definì grafonomia: un insieme di leggi naturali della scrittura, indipendenti dall’alfabeto utilizzato, che descrivono il rapporto tra il cervello e il gesto grafico con il rigore di un principio scientifico. Una delle sue osservazioni più citate ancora oggi nei tribunali riguarda proprio ciò che accade quando qualcuno tenta di modificare volontariamente la propria scrittura: il tentativo lascia sempre traccia, sotto forma di uno sforzo innaturale che tradisce la spontaneità del gesto originario.
È un principio che, nella pratica quotidiana della perizia, si rivela decisivo. Chi falsifica una firma deve necessariamente tradire i propri automatismi motori per imitare quelli di un’altra persona, e in quello sforzo di imitazione lascia quasi sempre segni riconoscibili: un tratto che rallenta dove dovrebbe scorrere fluido, un tremore innaturale nei punti di raccordo tra le lettere, una fluidità sospettosamente uniforme, tipica di chi ricalca lentamente un modello anziché scrivere di getto. Sono dettagli che sfuggono a uno sguardo distratto, ma che diventano evidenti quando si osserva il movimento della scrittura e non soltanto la sua forma finale sul foglio.
Penso spesso a un episodio che considero fondamentale per questo ambito della disciplina: fu proprio Jules Crépieux-Jamin, il grafologo francese a cui devo gran parte della mia formazione teorica, a intervenire come perito calligrafico nel celebre caso Dreyfus, uno dei procedimenti giudiziari più controversi della Francia di fine Ottocento, in cui un documento manoscritto era al centro dell’accusa contro un ufficiale poi rivelatosi innocente. Quella vicenda mostrò con chiarezza quanto un’analisi grafica condotta con metodo potesse incidere sul destino concreto di una persona, ben oltre l’ambito puramente accademico in cui la disciplina era nata pochi decenni prima.
Il mio lavoro, in questi casi, non parte mai dal documento contestato in sé, ma dalla raccolta di scritture certamente autentiche della persona coinvolta, provenienti da periodi e contesti diversi della sua vita. Solo costruendo un quadro affidabile delle sue caratteristiche grafiche abituali posso poi confrontarle, con onestà metodologica, con il documento in discussione. È un lavoro lento, fatto di confronti puntuali più che di impressioni immediate, perché anche la scrittura autentica della stessa persona varia naturalmente da un’occasione all’altra, per stanchezza, per fretta, per la superficie su cui si scrive, e distinguere questa naturale variabilità da un’anomalia rivelatrice richiede anni di esperienza sul campo.
Ogni volta che concludo una perizia mi rendo conto di quanto la scrittura, pur essendo un gesto quotidiano e apparentemente banale, custodisca in sé una parte di verità difficile da falsificare fino in fondo. È forse questo l’aspetto che, dopo anni di lavoro, continua ad affascinarmi di più: la possibilità di restituire, attraverso un metodo rigoroso, una risposta fondata a domande che altrimenti resterebbero sospese nel dubbio.